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LA PAC 23-27: NUOVI OBIETTIVI E GESTIONE DEL POST PANDEMIA IN UN’OTTICA DI SVILUPPO SOSTENIBILE DEI TERRITORI RURALI

L’importanza di una visione strategica alla prova del cambio di governance e della sfida del Green Deal.
Serena Tarangioli - coordinatrice del Dipartimento di Sviluppo Rurale, consulente senior per la Regione Lazio - ha rappresentato sin dall’inizio per la Rete Re.La.Te. un interlocutore fondamentale per le analisi ed interpretazioni delle politiche inerenti lo sviluppo rurale.

LA PAC 23-27: NUOVI OBIETTIVI E GESTIONE DEL POST PANDEMIA IN UN’OTTICA DI SVILUPPO SOSTENIBILE DEI TERRITORI RURALI

Dalla proposta di Regolamento per la riforma della PAC 21-27 [COM(2018)0392 del 1/06/2018] si sono succeduti tanti e tali eventi che hanno messo in secondo piano gli obiettivi di riforma a favore di scelte strategie ed esigenze contingenti. 

La proposta di riforma della PAC, infatti, arrivava a fine 2018 e si collegava in piano alla Strategia Europa 2020 raccordando gli obiettivi della politica agricola alle esigenze di crescita intelligente, sostenibile e inclusiva. Seppur con un restyling, strategia ed obiettivi di intervento della PAC rimanevano gli stessi del passato con l’unica eccezione di un obiettivo strategico rivolto ai fabbisogni della società civile (obiettivo strategico (OS) 9 – Proteggere la qualità del cibo e della salute) teso a rispondere alla crescente domanda di salubrità, qualità ed eticità espressa dai consumatori e dai cittadini europei. Le novità apportate riguardavano perlopiù la governance della PAC che, come vedremo più avanti, impatta in maniera decisiva sugli assetti organizzativi degli Stati membri e sulle scelte programmatiche che sono chiamati a fare rispetto alla politica agricola.

La difficoltà di operare scelte strategiche innovative derivava dal particolare momento in cui veniva pubblicata la proposta di riforma: alla vigilia delle elezioni europee in un contesto politico particolarmente animato tra Stati membri con posizioni non sempre conciliabili sulla destinazione politica e territoriale delle risorse finanziarie del bilancio europeo.

L’elezione del Parlamento europeo nel 2019 e l’insediamento della nuova Commissione hanno palesato subito la necessità di una nuova strategia di azione più vicina agli obiettivi della società civile e in linea con i tempi. A poche settimane dall’insediamento, la Commissione europea guidata da Ursula von der Leyen propone la propria linea di azione impegnandosi a fare dell’Europa il primo continente a neutralità climatica entro il 2050. Il Green Deal e le strategie settoriali ad esso collegate disegnano una nuova strategia per l’Europa e a cui le singole politiche dovranno attenersi. Per il settore agricolo la strategia “From farm to fork” e la “Biodiversità” definiscono ambiziosi obiettivi verdi per il settore e per la PAC che dovrà accompagnare la transizione verde.

Il tempo di digerire il Green Deal e il contesto di riferimento cambia completamente per una causa endogena e del tutto inaspettata: la pandemia Covid-19. È un dato di fatto che l’emergenza e le azioni di contenimento adottate abbiano messo in luce tutte una serie di debolezze e incongruenze dei sistemi politici, economici e sociali. Tante le questioni emerse in relazione alle attività agricole e alle aree rurali: approvvigionamento di materie prime, reperimento manodopera, sicurezza negli ambienti di lavoro, disponibilità scorte, crisi delle attività collaterali a quella agricola, ecc..  Altrettante le prospettive aperte a cominciare dalle potenzialità di vita e lavoro offerte dai territori rurali per finire alla capacità di tenuta economica del settore riconfermatosi anche in questo caso anticiclico rispetto al resto dell’economia.

Le proposte di riforma di politica, tra cui quella della PAC, pertanto trovano un nuovo contesto poiché la scelta dell’Unione è stata quella di non riscrivere i testi ma di riadattarli alle nuove esigenze emerse. I programmatori hanno ora la possibilità ma anche l’incombenza di costruire strategie ed interventi atte a cogliere le potenzialità offerte dal nuovo contesto e nello stesso tempo accompagnare il percorso di ristrutturazione della società e dell’economia nel post pandemia.

La PAC riformata: gli elementi cardine di una non riforma

Il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno 2021 ha licenziato, dopo tre anni di negoziati, i regolamenti che riformano la PAC e che, una volta approvati dal Parlamento europeo, potranno essere formalmente adottati e attuati a partire dal 1° gennaio 2023. 

Come detto in premessa, la riforma della PAC è figlia di circostanze insolite in cui i testi originali nascono da un contesto e una volontà politica completamente differenti da quella in cui agiranno. Nello stesso tempo, le istituzioni europee hanno preferito confermare i testi iniziali adattandoli al nuovo contesto e non, come logica avrebbe voluto, ritirarli per riscrive la PAC in linea con il Green Deal e l’Europa post pandemica.

La riforma della PAC si articola su tre elementi principali:

  • Una visione più strategica dell’intervento della PAC; 
  • Una nuova governance delle politiche che, in parte, riassetta i rapporti tra Stati membri e Commissione;
  • Una più forte ambizione ambientale, rafforzata ulteriormente dall’accordo raggiunto nel negoziato, in linea con la Strategia sul New Green Deal, mediante l’introduzione di strumenti specifici quali i regimi ecologici obbligatori (Eco-schemi) e la condizionalità rafforzata. 

Si tratta di novità che, pur non spostando l’asse di intervento della politica, incidono sull’intero impianto programmatorio determinando novità in termini di strategia complessiva e impatti della PAC.

Una visione più strategica della PAC

Su questo punto incide soprattutto l’aver scelto una unica veste programmatoria per entrambi i pilastri della PAC. I Piani strategici nazionali (PSN) devono prevedere una strategia complessiva di intervento per il settore agricolo e le aree rurali che si avvarrà dei vari strumenti messi a disposizione dalla PAC: pagamenti diretti, OCM, sviluppo rurale. La riforma, in questo caso, ha puntato ad una visione olistica dell’intervento che parte dal fabbisogno generale per tarare sullo stesso uno o più interventi tesi a garantire il risultato. Pertanto, si opta per una PAC più rivolta al raggiungimento dei risultati, che finalizza gli interventi e che non si contraddice nell’attuazione delle varie politiche settoriali o territoriali. Sono noti, infatti, gli effetti di spiazzamento che spesso si sono determinati nella realizzazione degli interventi. Il meccanismo proposta cerca, appunto di risolvere alcuni di questi problemi puntando, nel contempo, a risultati più tangibili e in linea con la strategia generale.

La nuova governance

Da questo punto di vista, le novità introdotte sono due. La prima riguarda il livello territoriale della programmazione. La riforma sancisce la nazionalità del programma di interventi (un solo Piano strategico per stato membro), scelta quest’ultima che incide su tutti i Paesi, tra cui l’Italia, che in passato delegavano la politica di sviluppo rurale e alcune scelte relative alle OCM alle Regioni. Nel regolamento, tale scelta viene definita di semplificazione. La Commissione europea riceverà 27 programmi (nell’attuale fase di programmazione la sola l’Italia presentava 23 programmi), potendo migliorare la verifica della coerenza delle politiche nazionali con quelle comunitarie e il raggiungimento degli impatti attesi. Per tutti gli Stati regionalizzati, questa impostazione si sta traducendo in difficoltà di natura politica, sottraendo parte del ruolo programmatorio all’istituzioni più vicine al territorio, e complicazioni di natura tecnica con la necessità di portare a sistema differenti fabbisogni e strategie di intervento.

La seconda novità attiene il sistema di gestione degli interventi. Con il New delivery model, la Commissione europea rivoluziona completamente l’ottica di trasferimento del contributo comunitario alle politiche nazionali. Si passa infatti da un sistema di compliance della politica che imponeva la restituzione della quota comunitaria a fronte del rispetto degli impegni a un sistema legato alle performance, ossia ai risultati della politica. Anche in questo caso si tratta di una novità rivolta a garantire risultati tangibili dell’intervento pubblico.

L’ambizione verde

Sin dalla proposta di riforma è apparso chiaro l’impegno della PAC a sostegno delle tematiche ambientali e di lotta ai cambiamenti climatici. Con il Green Deal e le due strategie legate all’agricoltura (Farm to Fork e Strategia per la biodiversità) tale ambizione è crescita sia in termini di risorse da destinare agli interventi ambientalmente favorevoli sia per gli strumenti messi a disposizione.

Il nuovo regolamento prevede che le risorse da riservare a questa tipologia di interventi sia pari al 25% nell’ambito dei pagamenti diretti e del 35% per le politiche di sviluppo rurale. A questo si aggiungono numerosi strumenti che direttamente o indirettamente potranno agire sull’ambiente e la lotta ai cambiamenti climatici. Alle tradizionali misure agroambientali previste dalla Politica di sviluppo rurale si è aggiunto un criterio di “condizionalità rafforzata” che implica impegni ambientali per chi riceve i pagamenti diretti e il sistema degli Eco-schemi che prevedono pagamenti diretti a fronte di un impegno agroambientale. Con questi strumenti la Commissione invita gli Stati membri a concedere pagamenti ai produttori che si impegnano ad introdurre pratiche e metodi produttivi ambientalmente sostenibili e che vadano oltre gli obblighi già sanciti dalla normativa in vigore. Gli eco-schemi sono strumenti già presenti nell’attuale programmazione, la grossa novità proposta a livello unionale è quella di renderli obbligatori per gli Stati membri, affinché sia chiaro ed evidente lo sforzo di indirizzo per gli agricoltori percettori di aiuti pubblici. 

Il negoziato per l’approvazione del regolamento PAC ha introdotto anche una condizionalità sociale per la PAC. Si tratta di una interessante novità che dovrebbe entrare in vigore a partire dal 2025 e porterà a legare i pagamenti diretti del primo pilastro anche alla verifica del rispetto di condizioni minime (da definire a livello di Stato membro) in termini di gestione del capitale umano utilizzato nelle attività agricole. L’introduzione di questo criterio risponde all’esigenza di combattere le forme di lavoro nero e grigio, di sotto-occupazione e di sfruttamento spesso segnalate in agricoltura. Nello stesso tempo è lecito chiedersi se questo sia lo strumento più adatto a risolvere un problema così complesso determinato anche da ragioni culturali, dalla subalternità del settore agricolo rispetto al resto della filiera e dalla debolezza strutturale di molta agricoltura europea.

Gli obiettivi della PAC 23-27 e la Politica di sviluppo rurale

Figura 1 – Gli obiettivi della PAC 23-27 Fonte: www.reterurale.it

La PAC 23-27 propone tre Obiettivi generali (OG): rafforzare la competitività e l’innovazione, favorire la tutela dell’ambiente e l’azione per il clima, rafforzare il tessuto socio-economico delle aree rurali. Ogni OG sviluppa tre Obiettivi specifici (OS) più uno trasversale finalizzato all’ammodernamento del settore agricolo attraverso il sistema della conoscenza (AKIS).

Gli obiettivi previsti non sono molto dissimili da quelli previsti dalla PAC 2014-2020, fatta eccezione per l’OS 9 finalizzato a rispondere alle esigenze della società e dei consumatori riguardo la qualità, la salubrità e l’eticità del cibo prodotto. Agli obiettivi specifici sono finalizzati tutti gli interventi della PAC: i pagamenti diretti del primo pilastro, gli interventi settoriali delle Organizzazioni comuni di mercato (OCM) e quelli dello sviluppo rurale.

La Politica di Sviluppo rurale 2023-2027 non presenta con grosse novità. A cambiare è lo schema generale di intervento che tende alla semplificazione e alla flessibilità. Essa, infatti presenta 8 macro-interventi (figura 2) a fronte delle oltre 70 della programmazione 2014-2020, che vanno considerate come contenitori ampi di tutti gli attuali strumenti della PAC. Una politica votata ai risultati non può e deve perdersi nei singoli strumenti di attuazione, deve essere capace di finalizzare le azioni agli obiettivi specifici che sceglie. 

Gli interventi proposti propongono uno schema di azione che punta:

  • Alla competitività settoriale attraverso la modernizzazione e la ristrutturazione delle imprese della filiera agroalimentare e forestale (Investimenti), gli strumenti per la gestione del rischio e quelli di sostegno al reddito nelle aree soggette a svantaggi specifici;
  • Alla sostenibilità delle attività agroalimentari che prevedono processi a basso impatto ambientale;
  • Alla vitalità dei territori rurali con azioni a favore dell’imprenditoria, soprattutto di quella giovanile, dell’occupazione e dello sviluppo diversificato e partecipato dei territori rurali (Cooperazione compresa quella promossa con il Leader);
  • Azioni di accompagnamento tese alla formazione, all’informazione e all’innovazione (AKIS)

La PAC alla prova del Green Deal

La Comunicazione della Commissione europea sul Green Deal è ben chiara nell’individuare nella PAC il principale alleato. Il documento Analysis of links between CAP and Green Deal, definisce ulteriormente questo legame avanzando proposte di intervento che potrebbero/dovrebbero essere messe al servizio della Strategia. 

Il suddetto documento sottolinea come già le proposte di modifica della PAC 2021-2027 presentino obiettivi in linea con quelli del Green Deal. Inoltre, principi quali il no back-slidin rispetto agli obiettivi agro-climatico-ambientali della passata programmazione e il ring-fenced spending che obbliga gli Stati membri a destinare una percentuale delle risorse della PAC agli obiettivi ambientali, garantirebbero un adeguato contributo alla transizione verde. 

Riguardo agli strumenti, la Commissione si concentra sulla possibilità di prevedere eco-schemi obbligatori da attuare nell’ambito dei pagamenti diretti previsti dal primo pilastro della politica agricola. Questo schema trascura però le potenzialità, tra l’altro evidenziate dalla stessa Commissione, di una politica articolata come la PAC che se presa in tutte le sue componenti potrebbe favorire un approccio d’intervento integrato e multilivello con il coinvolgimento di tutta la filiera agroalimentare.

La Commissione sembra dare importanza relativa agli altri strumenti della PAC che potrebbero contribuire in maniera effettiva al raggiungimento degli obiettivi. In particolare, si sottovaluta il ruolo dei pagamenti agro-ambientali e di tutte le altre misure indirizzate a tematiche ambientali previste nell’ambito della politica di sviluppo rurale, misure a cui si si destina una importante fetta del budget dei programmi di sviluppo rurale.

La strategia nel richiamo alla PAC avrebbe potuto cogliere l’occasione per rinnovare gli indirizzi anche di altri strumenti principalmente rivolti alla competitività settoriale. In questo senso, la PAC potrebbe contribuire in maniera sostanziale ai nuovi obiettivi di sostenibilità delle filiere a favore della riconversione produttiva delle stesse, nella lotta allo spreco e ai cambiamenti climatici, nel definire nuovi rapporti con i consumatori. La politica di sviluppo rurale, infatti, può contribuire alla realizzazione di investimenti in nuove tecniche e tecnologie capaci di migliorare l’efficienza nell’uso delle risorse naturali e di sostenere la competitività aziendale, stipulare accordi di filiera, migliorare la conoscenza degli operatori, promuovere misure che supportino l’adozione di varietà resistenti da parte degli agricoltori.  

Altrettanto trascurata è la possibilità di utilizzare le politiche settoriali della PAC. Queste da tempo prevedono specifici obiettivi di sostenibilità che, grazie ad una attuazione integrata e partenariale, hanno raggiunto importanti risultati modificando pratiche e processi produttivi delle imprese coinvolte. L’utilizzo di queste politiche potrebbe aiutare a declinare gli obiettivi di Farm to Fork in un’ottica di filiera che responsabilizzi tutti gli attori coinvolti evitando di addossare il peso dei nuovi obiettivi solo sulla parte agricola. 

Debole è anche limitare l’implementazione delle strategie nel settore agricolo alla sola PAC e non prevedere l’integrazione della stessa con gli interventi previsti dagli altri Fondi strutturali, soprattutto perché le strategie nazionali legate al Green Deal verranno fissate nell’ambito dell’Accordo di Partenariato dei Fondi Strutturali che regolerà l’implementazione dei Fondi strutturali e del Fondo di coesione nel prossimo settennio. Bisogna tener presente che la PAC prevede strumenti atti ad operare solo su determinati fabbisogni, imprese e territori. Il complesso delle azioni necessarie al raggiungimento degli obiettivi della Strategia richiede l’interazione con le altre politiche con approccio integrato capace di agire in ottica sistemica. È emblematico il fatto che Far to Fork espliciti obiettivi per l’acquacoltura senza però citare l’impegno dell’apposito fondo FEAMPA. Non a caso il documento “Analysis of links between CAP and Green Deal” sottolinea la necessità di coordinamento con le Politiche di Coesione e con le Strategie nazionali di attuazione del Gree Deal (Just Transition Fund, Smart Specialization Strategy, ecc.). 

Inoltre, è fondamentale prevedere un contributo significativo dei Fondi strutturali anche nelle aree rurali e marginali per garantire quella giusta transizione, in grado di coinvolgere tutti i cittadini e tutti i territori. 

Il livello di coinvolgimento della PAC per il raggiungimento dei nuovi obiettivi verdi, in ogni caso sarà essenziale, in questo senso occorrerà valutare prima di tutto se tutto l’impianto previsto, anche per il futuro, sia in grado di garantirne il raggiungimento. Secondo il mondo ambientalista e alcuni osservatori è necessario aumentare le ambizioni ambientali della PAC, rafforzando gli interventi a maggior impatto ambientale, prevedendo regole più stingenti per esempio con impegni giuridicamente vincolanti o il principio chi inquina paga, integrando PAC e politiche alimentari. In secondo luogo, potrebbe essere necessario integrare il budget della PAC visti i nuovi compiti ad essa assegnati, non è un mistero l’effetto incentivo che hanno avuto i sussidi agricoli nel diffondere pratiche agricole ecosostenibili.  

Probabilmente più che l’irrigidimento delle regole sarà necessario agire in un’ottica sistemica, dove l’introduzione di nuovi principi e regole venga accompagnata con attività di formazione, informazione e sensibilizzazione tese ad un cambio di paradigma che tocchi tutti gli attori coinvolti.

Alcune considerazioni alla vigilia del nuovo periodo di programmazione

Sebbene il percorso che sta portando alla definizione del quadro programmatorio 2023-2027 sia stato complesso per tutte le ragioni spiegate in premessa, è altrettanto vero che le novità introdotte dai testi legislativi e il contesto in cui potranno operare aprono opportunità inedite per lo sviluppo dell’agricoltura e dei territori rurali.

L’introduzione del Piano Strategico Nazionale implica che le scelte di programmazione dovranno essere sintesi delle diverse istanze territoriali che, per forza di cose, non potranno portarsi dietro il dettaglio degli attuali PSR costruito su fabbisogni strettamente collegati al territorio di intervento. 

Una buona organizzazione di ruoli e la definizione di regole precise di gestione è la condizione essenziale perché il sistema possa funzionare ed assicurare l’attuazione di una politica agricola equilibrata, finalizzata a obiettivi strategici definiti la cui portata travalicherà i confini regionali. Nello stesso tempo è necessario un generale cambio di approccio, che tralasci peculiarità spesso estremizzate a livello locale per puntare all’obiettivo generale che assicuri il raggiungimento degli obiettivi specifici definiti.

Il Piano strategico è l’occasione per individuare fabbisogni reali rispetto agli obiettivi che il Paese si darà per il settore primario e allo sviluppo rurale. Definire delle priorità assolute cui tutte le politiche e tutte le Regioni, nella quota sviluppo rurale, dovranno rispondere può essere l’occasione di un intervento sistemico su problemi congeniti e tradizionali dell’agricoltura italiana come: l’invecchiamento e l’abbandono del settore, la creazione di filiere competitive ed eque rispetto a tutte le componenti coinvolte, la definizione di criteri di qualità produttivi, la gestione del benessere animale e della sanità e salubrità degli alimenti, l’individuazione di emergenze ambientali, gli interventi per la gestione del territorio e del paesaggio.

Il PSN potrà essere anche l’occasione per una più equilibrata gestione degli interventi tra livello centrale e livello regionale. Alle misure già inserite nel Piano di sviluppo rurale nazionale 2014-2020 se ne potrebbero aggiungere altre, soprattutto quelle legate alla competitività di filiera (l’attuale misura 9 per la nascita di associazioni e organizzazioni professionali, la misura 3 per i regimi di qualità, la progettazione integrata di filiera nazionale), misure che dovrebbero mirare alla creazione di un sistema competitivo dove le regole di base valgono per l’intero Paese a prescindere dal settore in cui si agisce, dal prodotto interessato e dall’area di produzione. Pertanto, le disposizioni attuative potrebbero essere nazionali, mentre le Regioni potrebbero limitarsi all’attuazione dell’intervento proponendo criteri di selezione specifici o accordando preferenze nei processi selettivi. È sicuramente regionale la gestione delle forme di cooperazione territoriale o comunque di tutte quelle azioni la cui finalità è quella di creare aggregazioni tese a favorire economie di scala o gestione collettiva di beni pubblici e privati. Si tratta di azioni che devono essere indirizzate a specifici fabbisogni, devono prevedere un percorso di collaborazione con le amministrazioni responsabili del finanziamento, avvalersi anche dell’assistenza tecnica delle strutture regionali preposte.

Infine, l’occasione del programma unico potrebbe rafforzare il ruolo delle misure di “accompagnamento” come la consulenza, l’assistenza tecnica, l’informazione e la formazione, individuando regole di attuazione certe che possano favorire a tutti i livelli di attuazione l’utilizzo efficace di queste misure. Il Piano strategico nazionale potrebbe essere anche l’occasione per mettere a punto meccanismi di gestione tesi alla semplificazione. In questo senso si potrebbe agire su una più attenta e razionale definizione dei criteri di selezione delle misure, ritenuti spesso principale causa di rallentamento dei processi selettivi dei beneficiari. Egualmente efficace potrebbe essere la definizione di processi attuativi semplificati anche nelle fasi che seguono l’ammissione a finanziamento del progetto.

 

In termini più strategici le sollecitazioni più forti arrivano dal Green Deal che ha posto l’Europa di fronte ad una sfida cruciale che opererà a favore di un profondo cambiamento della società e dell’economia dei Paesi dell’Unione. Non a caso esso è affiancato da numerose strategie che interessano singoli segmenti di quel processo a tutto campo che dovrà portare ad un Europa ad emissioni zero.

Per quanto riguarda la componente agricola, le linee di azione espresse in Farm to Fork vanno ben oltre la riduzione degli impatti negativi sull’ambiente guardando ad una nuova organizzazione dei sistemi di produzione, capaci di assicurare qualità e salubrità alimentare. F2F è una strategia ambiziosa che intende operare su tutti i piani dell’agenda alimentare contribuendo, nello stesso tempo a ridare slancio e competitività al settore agroalimentare, dove il valore aggiunto dovrebbe derivare dalla salubrità e dalla qualità del processo produttivo. 

L’ambizione della proposta potrebbe però essere frustrata dal percorso di attuazione che rimanda a specifici provvedimenti che dovrebbero contribuire all’attuazione, dai tempi ristretti in cui si intende procedere e dalle risorse finanziarie necessarie alla transizione.

Infatti, non bisogna dimenticare che la Strategia è stata presentata sottoforma di Comunicazione e di fatto porta con sé tutti i limiti di questi tipi di interventi. Le comunicazioni della Commissione sono dei “to do”, agende che delineano gli elementi generali del percorso, demandando ad atti specifici la definizione degli strumenti di intervento. Riguardo F2F, ad oggi si è provveduto ad individuare la PAC come braccio operativo della strategia, senza però considerare la portata, comunque limitata di tale approccio. 

Riguardo ai contenuti, come accennato in precedenza numerose sono le critiche mosse. Tra queste una delle più ricorrenti è la mancanza di una visione di insieme che non fa nessuna distinzione tra le numerose e varie tipologie di agricoltura le cui dimensioni, gli approcci produttivi, le modalità di conduzione aziendale sono profondamente diverse. 

F2F individua i propri fattori di intervento a partire da quella che potremmo definire agricoltura industriale, quella che produce commodity, non ha vincoli di natura geografica e punta alla massimizzazione delle rese produttive. Ma l’agricoltura Europea è anche e sempre più un’agricoltura di territorio fatta di piccoli e medi agricoltori che oltre all’attività produttiva guarda alla gestione di beni comuni e pubblici, che anche inconsapevolmente operano secondo i principi invocati dalla Comunicazione. 

Gli impegni richiesti potrebbero compromettere questa parte di agricoltura. F2F si concentra sulla dimensione ambientale della sostenibilità, mentre la produzione di cibo, a partire dal settore agricolo, interconnette le dinamiche ambientali con quelle sociali, territoriali e naturalmente con fattori economici. Il settore agroalimentare è di per sé complesso proprio perché svolge fondamentali funzioni produttive, di tutela e protezione del territorio, di salvaguardia e tutela del patrimonio naturale e della biodiversità ed è la base di supporto alla coesione territoriale, sociale ed economica. In particolare, in questa fase di crisi dovuta all’emergenza Covid-19, il sistema ha mostrato di avere una capacità di resistenza e di resilienza che nessun altro settore ha mostrato e che ha consentito una risposta positiva nell’assicurare risorse all’intera comunità.   

Non si può parlare di sostenibilità ambientale senza garantire al contempo la vitalità e la resilienza economica e sociale dei sistemi agricoli e forestali e delle aree rurali e senza considerare come il settore primario, a differenza degli altri settori produttivi, produca esternalità positive e beni pubblici di portata strategica. 

Inoltre, l’agricoltura ha forti implicazioni di natura sociale, prima di tutto perché è un settore ad alto utilizzo di manodopera che occupa, almeno in Italia, oltre un milione di persone. Persone che vivono in aree rurali che sono spesso aree marginali, ad alto tasso di spopolamento ed invecchiamento della popolazione. Per tali ragioni mantenere un’agricoltura viva si traduce in vitalità dei territori rurali e presidio del territorio da fenomeni di abbandono. Non a caso una tra le prime conseguenze della pandemia determinata dal Covid-19 è stata la corsa verso paesi e campagne proprio per ritrovare una dimensione più salubre di vita e lavoro.

Nell’attesa che Farm to Fork diventi pienamente operativa, sarà necessario operare affinché la transizione sia un’opportunità e non uno svantaggio per il settore agricolo e le aree rurali. In questo senso sarà determinante la definizione dei Piani Strategici Nazionali della PAC 2023-2027, che saranno il primo campo di prova di un approccio che sappia legare le ambizioni ambientali del Green Deal con la sostenibilità del processo di attuazione della strategia dal Campo alla Tavola.

Bibliografia

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  • Pupo D’Andrea M.R. (2021): “Le novità della PAC 2023-2027” in Agriregionieuropa, Numero Speciale – Agricalabriaeuropa n. 1
  • Tarangioli S., Zanetti B. (2018), Gli effetti della politica di sviluppo rurale 2007-2013. CREA/RRN 2014-2020. Roma
  • Tarangioli S. (2021): “Imprese agroalimentari e sostenibilità. Un binomio possibile?” in D’Addezio M., Bolognini S. (a cura di): Forestry Law and Food Law: Approfondimenti su soggetti e strumenti giuridici all’insegna dei canoni di sostenibilità. Il Diritto dell’alimentazione, dell’ambiente e dell’agricoltura, Vol.10, Giappichelli Editore – Torino.

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