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REGOLARE CIÒ CHE NON SI RIESCE A DEFINIRE

L’intervento pubblico a sostegno della fairness nelle filiere agroalimentari. L’articolo è frutto di un’elaborazione a quattro mani realizzata dalla collaborazione tra il professor Carlo Russo, Docente di Economia Agraria presso l’Università degli studi di Cassino, tra i maggiori esperti e studiosi delle politiche e delle dinamiche del comparto agroalimentare; in questi anni ha contribuito con brillanti analisi e contributi all’animazione del dibattito della rete Relate, così come Marialaura Meo, studentessa che quotidianamente declina la ruralità in termini di analisi e di processi costituenti.

REGOLARE CIÒ CHE NON SI RIESCE A DEFINIRE

Il tema della fairness delle filiere agroalimentari è di grande attualità ed è al centro di un vasto dibattito che coinvolge non solo gli operatori ma anche la società nel suo complesso. Tema controverso e complicato, la parola fairness racchiude molteplici significati connessi con i temi della giustizia, equità e correttezza. Questi termini si riferiscono all’essenza della fairness, che in linea generale potrebbe essere definita come l’osservanza scrupolosa (correttezza) di regole legali (giustizia) e morali (equità) che risulti in un trattamento non discriminatorio e nell’attribuzione a ciascuno di quanto dovuto. Come si può facilmente notare, in assenza di criteri operativi per la determinazione del risultato dovuto e, più in generale, di regole morali esplicite e condivise, la definizione appena proposta appare difficilmente applicabile. Sebbene il concetto generale di fairness risulti intuitivo, la sua declinazione concreta rimane elusiva e soggetta a opinioni divergenti sulle regole e sui criteri. Nella pratica, stabilire con precisione se una specifica azione o un rapporto commerciale sia fair oppure no non è impresa semplice e spesso gli stakeholder esprimono valutazioni in netto contrasto fra loro.
Questa breve introduzione permette di comprende le difficoltà che si incontrano nel voler disegnare un intervento pubblico volto a promuovere la fairness nelle filiere agroalimentari. In assenza di un sistema di valori esplicito e condiviso, il legislatore non ha la possibilità di creare norme che siano ad un tempo generali e applicabili senza ambiguità. Il problema è emerso con chiarezza nel corso del decennale dibattito sulle pratiche commerciali sleali (unfair trade practices), sfociato nella direttiva UE 2019/633. In assenza di un quadro organico di riferimento, il legislatore comunitario, difatti, piuttosto che dare una definizione generale di pratica sleale, ha preferito ricorrere ad una lista tassativa di specifiche pratiche da bandire. La generalità della tutela, quindi, è stata necessariamente sacrificata alla necessità di avere un dispositivo normativo concretamente applicabile senza ambiguità. Le sedici pratiche individuate e bandite di certo non coprono l’intero spettro delle pratiche commerciali sleali e sicuramente molti comportamenti unfair sfuggono all’ambito di applicazione della Direttiva. Nonostante ciò, l’elenco adottato costituisce un primo intervento volto almeno a mitigare le criticità più evidenti.

La Direttiva UE 2019/633, tuttavia, può essere considerata un punto di partenza per una politica complessiva di promozione della fairness. Nel merito, la strategia Farm to Fork ha sottolineato con forza questo obiettivo, nella consapevolezza che un sistema agroalimentare ingiusto non può essere realmente sostenibile. Tuttavia, al momento, un approccio sistemico al problema appare ancora in corso di elaborazione. Esistono, infatti, una pluralità di iniziative di intervento pubblico che – talvolta implicitamente – hanno promosso la fairness nel sistema agroalimentare. Per semplicità espositiva è possibile classificare questi interventi in quattro categorie generali:
Le misure di fairness distributiva sono volte a determinare direttamente una ripartizione delle risorse e del valore prodotto che garantisca ai soggetti più deboli della filiera “l’attribuzione di quanto loro dovuto”. Un tipico esempio di queste misure erano i prezzi minimi garantiti, i quali – secondo i criteri dell’epoca – assicuravano agli agricoltori prezzi ritenuti “equi”.
Le misure di fairness procedurale mirano alla creazione di un sistema di regole che limiti la possibilità di fondare le relazioni commerciali sulla costrizione e che prevenga, per quanto possibile, l’imposizione di clausole contrattuali contrarie ai principi di correttezza e buona fede. La normativa sulle pratiche commerciali sleali ricade in questo ambito.

Giustizia compensativa – incidenza dei finanziamenti della Pac nel settore del grano duro nelle aziende italiane, periodo di riferimento 2008-2016. Fonte: Terraèvita

Le misure di fairness strutturale si concentrano sul tema del ribilanciamento del potere negoziale all’interno delle filiere agroalimentari, al fine di evitare che i soggetti più forti possano trarre un indebito vantaggio a spese dei soggetti deboli. Le misure di sostegno all’aggregazione dell’offerta (come lo sviluppo delle Organizzazioni di Produttori) sono un esempio di questo approccio.
Le misure di fairness compensative, infine, tentano di compensare i soggetti deboli per eventuali ingiustizie distributive subite. Ad esempio, i pagamenti del primo pilastro della PAC possono essere considerati una compensazione volta a colmare la differenza fra quanto sarebbe “dovuto” ai produttori agricoli e quanto questi effettivamente ottengono sul mercato.
Da questa schematica classificazione, per quanto forse eccessivamente semplicistica, emergono due considerazioni generali. In primo luogo, emerge come l’insieme delle molteplici misure che promuovono la fairness sia stato definito nel tempo in modo non sistematico e – in alcuni casi – non pienamente consapevole. Le misure, infatti, sono state progettate indipendentemente e talvolta sono state considerate come fra loro alternative. È mancato, pertanto, un quadro organico di intervento in grado di coordinare gli sforzi di promozione della fairness.

La seconda considerazione riguarda quello che è stato, forse, il più importante mutamento nell’approccio alle politiche per la fairness, ovvero il progressivo passaggio da un approccio distributivo basato sui prezzi minimi garantiti ad un approccio compensativo basato sulle varie forme di pagamenti diretti. Questa trasformazione è stata guidata da un dibattito pubblico dove il tema della fairness è rimasto quasi completamente implicito ed è stato sovrastato da altri argomenti legati all’efficienza dei mercati e al commercio internazionale. Ciononostante, gli effetti sugli agricoltori sono stati di rilievo.
Queste considerazioni portano a concludere che la strategia Farm to Fork rappresenta una importante opportunità per fare chiarezza sulle modalità di promozione della fairness che si intendono perseguire. Due dimensioni appaiono al momento di particolare importanza nel dibattito che si dovrà sviluppare: quale “tipo” di fairness si vuole concretamente perseguire e come coordinare le varie misure in vista di questo obiettivo.

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